Dicono di Noi:

UN AGRITURISMO A SOLIERA

In quelle afose serate di piena estate, quando ogni angolo è pieno di caldo e di zanzare, o in quei grigi pomeriggi d'inverno che la nebbia rende così uguali e infiniti, mi sono sempre chiesta perchè non sono nata in una azzurra isola dei Caraibi o in una colorata cittadina di'Irlanda o, se proprio era destino che dovessi nascere in Italia, in un villaggio sul mare in Sardegna o al limite sulle dolci colline toscane.... Invece io sono nata proprio nel mezzo della pianura padana : a Sorbara. E mio padre e mia madre sono emigrati sì, ma non in Australia o in Brasile, bensì a Soliera. Io sono nata da una generazione di contadini e allevatori che sulla terra ci sono stati ben piantati e da cui non si sono mai allontanati. Mio nonno Fernando in tutta la sua vita non ha mai visto il mare e per lui “andare in montagna” voleva dire andare a trovare la figlia che abitava a Torre Maina. Da tempo sto facendo la “rezdora” mi occupo cioè della casa, dellea famiglia e dell'orto a tempo pieno. In questo nuovo stato tutto ha acquistato una dimensione diversa: è come togliere il piede dall'acceleratore e finalmente riuscire a vedere quello che prima sfrecciava via. Il tempo si allunga. Tempo di fare bollire il ragù per tutta la mattina, tempo di fare la sfoglia a mano, tempo di seminare le verdure per l'estate, tempo di andare in campagna con le bimbe e meravigliarsi di un buco di talpa o di un verso di uccello.... Siamo così abituati dall'informazione agli “effetti speciali” e alle cose “senzazionali” che non riusciamo proprio a vederci niente di interessante nella nostra pianura. Non c'è l'azzurro mare dei Caraibi e le colline più vicine sono quasi sempre nascoste dalla foschia è vero, però qua ci sono io, la mia famiglia e la sua semplice storia. E dalla rassegnazione sono passata all'orgoglio di essere nata in un posto così poco spettacolare. Ed è qui che ho aperto un agriturismo in un posto dove all'apparenza non c'è niente ma che ha dentro un tesoro di semplicità e tradizione, di cose da imparare a guardare con occhi diversi da apprrezzare e condividere. Si chiama L'Oca Bigia. “Mi piacerebbe raccontare storie di gente che non si muove da casa, che non và oltre l'orizzonte di un argine di un fiume e mai più in alto di un pioppo e mai più giù di un fosso dove si và a caccia di rane. Gente che nasce, vive e crepa sotto il cielo della Bassa. Ma come faccio a raccontare di gente tanto felice? Nessuno mi crederebbe. Da “Il tesoro del Bigatto” di Giuseppe Pederiali


L’Oca Bigia racconta...

Per immaginarsi al meglio questo racconto bisognerebbe conoscere i soggetti in questione o almeno averli visti una volta.

Mio padre, Franco, 120 chili e 70 anni di pura e pesante contadinità.

Massimo, maestro di pubbliche relazioni , un gentleman che se non facesse l’assicuratore potrebbe benissimo fare il console onorario.

Eccoli in quel di Reggio Emilia in missione conigli per conto mio.

Per proteggerli dal freddo i venditori li tengono in cartoni chiusi e per esaminare la merce bisogna per forza avvicinarsi , aprire il coperchio ed essere così facile preda del venditore.

Al primo banco:” Buongiorno…freddo eh stamattina? Volete dei conigli?”

“Sì” risponde pronto Massimo

“Li volete da allevamento o da mangiare?”

L’unica cosa che Massimo sapeva per certo sulla “missione conigli” era che dovevamo ripopolare le gabbie quindi risponde sicuro:” Allevamento!”

“Ah! Allora questi..vengono 7 euro l’uno..”

“Mi sembrano belli..cosa dici Franco?” 

Facile vero? Io ho bisogno di conigli, questo li vende , io glieli compro : missione compiuta e a tempo di record.

E invece no.

Mio padre rimane impassibile.

Per togliersi dall’imbarazzo “Bè facciamo un giro poi casomai torniamo…grazie…”

Appena fuori dalla portata del banco “Massimo, menga dir da allevamento che a si metten piò cher !” (trad. se gli dici da allevamento aumentano il prezzo)

Accidenti! La prima cosa che ho detto l’ho sbagliata clamorosamente! Tacere, devo tacere e imparare ! pensa Massimo prendendo mentalmente appunti preziosi.

Così, in ammirato silenzio, due passi dietro mio padre ne osserva le mosse mantenendo l’espressione di chi sa quello che vuole ma non lo dice.

Alla fine del mercato, dopo avere guardato dentro tutte le scatole, mio padre sentenzia: “ I piò bee i ein in cal banc ladco là ! ”(trad.senza dubbio i migliori conigli sono nel banco in fondo)

“Allora li volete o no i conigli?” venditore mal disposto forse dal freddo o dalla mattinata fiacca.

Massimo lascia parlare mio padre. “quant a si mettet?”(trad.che prezzo ci fai?)

“7 euro l’uno”

“ ma an nin vlam 6 menga uno….che presi fèt per 6?”( Tra.noi ne vorremmo acquistare ben 6 ..qual è la tua offerta migliore?)

“ chissà mai che numero…6… ne voleste 60… potrei farvi meno… ma 6….”

“Dai dai fa a mod….” (trad. facci uno sconto suvvia)e intanto con occhio esperto li sceglie nel mucchio mettendoli in un cartone vuoto.

“ at dagh 6 euro l’un….”(trad. che ne diresti di 6 euro l’uno?)

“ma neanche a pensarci..7 euro è il suo prezzo”

“alora gninta….”(trad. mi spiace allora..l’affare non si fa)

E così via a contrattare sempre piu accanitamente per un quarto d’ora buono mentre intorno al banco si è formato un pubblico che assiste alla trattativa. Forse vola anche qualche scommessa.

Il venditore è ormai estenuato “ Guarda te se io devo diventare matto così per un euro in più o in meno…non c’ho micca bisogno di elemosine io.. guarda ..te li regalo piuttosto….”

Pronto mio padre:”Dai Massimo. Tò so al cartoun..l’ha det ca i si regala…et sinti?”(trad. che incredibile generosità..perché non approfittarne?)

Massimo non poteva perdere la faccia con mio padre pagando i 7 euro e darla vinta al venditore che gli stava pure antipatico e quindi ispirato dal suo savoir fair prende in mano la situazione.

“Ascolti…6 conigli a 7 euro sarebbero 42 ce ne metta un altro e facciamo 47 euro di tutti”

Il crollo: “guarda..và bene..non ne posso più...eccone un altro e andate via.”

Ma mio padre infierisce ancora cambiando l’ultimo coniglio con uno che gli sembra piu bello.

Alla fine se ne và raggiante tenendo il cartone a mò di trofeo . Qualche spettatore applaude.

Da dietro il venditore incattivito gli urla” Il cartone è omaggio!”

In macchina verso casa:“Massimo..ma alla fin… quant ammia spes de sti cunei?”( trad. quell’arrogante mi ha fatto perdere il il filo..sicuramente abbiamo fatto un affare anche se mi sfugge di che entità)


CONIGLI

“E’ mort Mario!”

Un genere di notizie che porta sempre a pensare alla precarietà della vita. Oggi ci sei domani chissà. Carpe diem, eccetera…..

“Mario chi?”

“Al cunei negher…”

“Ah..Dario...è morto?…e come mai?”

“Mhà..a ghera gniu mel i pee...po’ le mort...an so po’ menga..”

“Povero Dario!”

Era un gigantesco coniglio color nero di Prussia con sfumature argento( da cui il nome sottilmente umoristico…Dario..Argento…) avuto in regalo insieme a una bella figliata di coniglietti e relativa madre da Giancarlo, il papà di un’amica che ce li aveva regalati insieme a tanti consigli per allevatori principianti: dove tenerli, cosa dargli da mangiare, come curarli, insomma anche se poi è inevitabile la padella non è detto che non gli possa voler bene.

Per rispetto, ma ancor più per diffidenza, l’abbiamo seppellito invece che mangiarcelo alla cacciatora come avrebbe imposto il suo rango di coniglio maturo .

Anche le coniglie sono certa ne hanno sentito pesantemente la mancanza.

Un grande amatore Dario: un tantino frettoloso se vogliamo ma sempre generoso d’amore, perché lui le coniglie le amava tutte, indistintamente: bianche, nere, rossicce, giovani e vecchie. Il tempo di un sospiro ed era già perdutamente innamorato. Che importa se era per poco? Io sono certa della sincerità del suo amore.

Insomma una gran perdita.

Senza il patriarca l’allevamento è andato in rapido declino: solo 2 femmine svagate e malinconiche e un maschio troppo giovane per fare sul serio.

Certo ci sono Nebbia e Nero, ma sono i coniglietti delle bimbe e non si possono mangiare: non ce lo perdonerebbero mai ( e poi sono conigli nani e non riempirebbero molto la padella).

“Babbo…dobbiamo comprare dei conigli…”

Pausa riflessiva.

“Bisgnarev ander a Ress dmenga mateina al merchee…”

“Sì..perché non ci andate te e Massimo?…”

Della serie”Armiamoci e partite”.

“a vdram…”

Così è stato e Massimo ha avuto la possibilità di partecipare a quella straordinaria lezione di vita che è stata molto di più dell’acquisto di 6 conigli.

Il tramandarsi di un’arte: L’arte della contrattazione.


CUPOLINI PRIMAVERA

Mentre sull'Oca Bigia calano le prime ombre della sera, un imperioso comando risuona in salotto:

-Franci... molla il game boy e vieni ad assaggiare questa pasta che mi serve un giudizio esterno (mai un assaggiatore professionista quando serve!)

- un attimo....come si intitola?

-Cupolini primavera

-ohhhh! bel nome!

-mi serve sapere il tuo commento su: odore, aspetto e sapore

- allora... odore confortevole...

-aspetto...caldo...

-sapore...morbido, buono, affettuoso...

-wow Franci...

-solo un consiglio mamma, io non ci metterei i pinoli...

-ah no? e perchè?

-perchè sono appuntiti mentre le patate e le zucchine sono morbide...è come nei puzzle: i pezzi appuntiti non si incastrano in quelli rotondi, i pinoli sono spigolosi mentre gli altri ingredienti sono morbidi...

-l'ho fatto apposta per fare contrasto, così le altre cose in confronto sembravano ancora più morbide...

-ah va bè...comunque è buonissima...ti senti meglio adesso che hai inventato un piatto nuovo?

- sì...molto meglio !


MERINGHE

Sarà stata la neve, col suo soffice biancore a farmi presagire che forse era arrivato il momento?

Che ero davvero pronta?

Ci sono sfide che si ripresentano per incoraggiare la nostra perseveranza nell'addestramento.

Ci sono avversari leali che lasciano sempre una speranza di rivincita.

Ci sono sconfitte che si susseguono inesorabili per aumentare il sapore della vittoria.

Ci sono battaglie perse che ti insegnano dove hai sbagliato.

Tra me e le meringhe era guerra aperta da anni, decenni addirittura. Fin da bambina ho subito il fascino della loro croccante e dolcissima incostistenza.

Ogni nuova ricetta mi dava l'illusione della formula magica, mille varianti e mille combinazioni al limite della superstizione dei due soli ingredienti :zucchero e albume. Illusione e delusione si alternavano a ogni prova del forno: fragili gusci con un cuore di durissima colla, colate informi di liquida dolcezza.

Avevo rimandato la battaglia a quando mi fossi sentita veramente pronta.

Ieri mi sentivo invincibile e ho osato la sfida.

E ho vinto.

Il potere della "Meringa Perfetta"è nelle mie mani.


POMODORI PELATI

Stamattina la Franci si è alzata presto perché vuole fare un lavoretto per guadagnarsi un cd di Dragon Ball. E’ al lavaggio dei pomodori nel mastellone nero. Io alla pelatura . E’ bellissimo tuffare i pomodori così rossi nell’acqua bollente. La Bibi è alla spezzettatura e all’invasettamento.

Bibi:” Mi piace fare questo lavoro, quanti saranno?”

Io :” Ne hanno raccolto 3 casse…”

“ Sì ma quanti saranno? 100?”

“ Di più…”

“ 300 ?”

“ ma molti molti di più!“

“però !”

“ Uffa…ma quanti ce ne sono ancora? Sono già stanca…”

“ Bè Bibi abbiamo fatto solo la prima cassa e ce ne sono ancora altre due”

Non ci vuole niente a fare i pelati con un cestino di pomodori, ma per farne 3 casse ci vuole tanta, tantissima determinazione e tanto amore.

“ Gli vogliamo proprio bene ai nostri clienti eh?”

“Perché mamma ?”

“Perché i pelati li potrei comprare benissimo già fatti in barattoli da aprire con l’apriscatole e invece…”

“ Ma i nostri clienti lo sanno?”

“ Sì, credo proprio di sì!”


LA SAZIETA’

Solo un'ora prima non sapevo dove sarei andato, poi tutto un tratto mi ritrovo con altre tre persone a guardarci intorno con il punto interrogativo sulla testa, dispersi come al solito nella campagna modenese, a due passi da Soliera, proprio lì dove c'è l'Oca Bigia, sì, insomma, è per forza da quelle parti qua, mi ricordo benissimo, vedi quella casa là? eh, dopo ci sono tre cunette poi si gira a destra, oppure no? Beh, poco male, arriviamo a ritroso fino al ponte di legno poi da lì la strada la so io, Ah sì, beato te, io invece la sapevo da questa parte ma mi sono perso ancora, però aspetta, la strada è questa, mi ricordo benissimo il nome, via Serrasina, adesso basta farla tutta e prima o dopo arriveremo... Vabbè, qui la storia va avanti ancora mezz'ora buona, mezz'ora di girotondo, ognuno dice la sua, ognuno conosce la sua strada ma adesso non se la ricorda bene bene, e perchè l'altra volta son venuto in vespa, e perchè le altre volte era notte eccetera. Insomma, poi alla fine arriviamo (Vedi, era facile, era come dicevo io, No, ci siamo passati davanti prima e non ce ne siamo accorti, Bah, se ero in vespa lo trovavo subito, eccetera). Il punto è che la ricerca è parte integrante del viaggio, se fosse tipo all'uscita del casello subito a sinistra sarebbe un'altra cosa, nel bene ma soprattutto nel male. E allora ci sto volentieri a bruciare questi cinque euro di benzina tutte le volte per percorrere a spirali sghembe e sempre diverse quel chilometro scarso che divide Soliera dall'Oca Bigia, forse è la parte più bella del tragitto, ammesso che tu non abbia fretta. Anche lamentarsene per settimane fino allo sfinimento fa parte del piacere e della magia. Stavolta non siamo mica andati a cena però, stavolta era una visita di cortesia, anzi, di più, era una visita a sorpresa, che sono le visite migliori.

Uno, quando sente parlare da amici e conoscenti della Bed e del suo agriturismo, non capisce l'entusiasmo che ci si mette dentro e magari pensa Cosa farà mai di questa locandiera una locandiera così speciale? Eh, bisognava essere lì quando siamo arrivati, per capire dove l'Elisabetta ha il suo punto forte: lei non ti fa mai sentire fuori luogo, tu arrivi in quattro persone alle sei di un sabato pomeriggio, con i clienti, quelli veri, che che cominceranno ad affollare i tavoli fra un paio d'ore, e lei sta lì nell'ingresso a sorridere e abbracciare. E qui uno pensa, Si, vabbè, un po' son saluti di cortesia, un po' è l'effetto sorpresa. Eh, no, dico io, questo lo farà Mirandolina... La Betta invece ci porta sul retro e ci sediamo tutti intorno a un tavolino di plastica, comodi e senza fretta. Il tempo di recuperare un paio di sedie mancanti da altri tavolini lì intorno e di perderla di vista un istante e lei è già di ritorno con pane e salame. Ti sembra questa una persona che fa i saluti di convenienza? Poi si sta lì, seduti, a smangiucchiare e chiacchierare del più e del meno, a fare il riassunto di tutto quello che è successo negli ultimi tre o quattro mesi, dall'ultima volta che ci siamo lasciati promettendoci Ci rivediamo presto. Fra una chiacchiera e l'altra a me viene in mente, così, un po' fuori tema, che non c'entra niente con quello che stavamo dicendo fino a quel momento lì: Tesoro, ma tu al sabato non fai le torte? Certo che le faccio, mi dice lei, le ho fatte stamattina, si alza e mi fa: Vieni. L’Elisabetta sa che mi diletto a fare le torte, mi diverto, ogni tanto, a pasticciare un po', a fingere di fare una torta, che a farla davvero è una cosa complicata, ci vuole della disciplina, io non ho ancora trovato la mia strada per fare le torte, però mi guardo intorno, osservo, cerco di imparare dove e come posso.

Mi alzo, ci alziamo, formiamo una fila indiana che attraversa la piccola veranda, la porticina sul retro e la pesante porta celeste che porta in cucina. In cucina c'è il cuoco, Diego, affaccendato negli ultimi preparativi ma anche lui sorridente, è una cosa contagiosa questa qui del sorriso, come arrivi qui tutto rimane fuori dalla porta a vetri con le tendine all'uncinetto, i problemi, il lavoro, la settimana pesante, le male persone, tutto, tutto fuori, entra solo il tuo corpo, svuotato, un recipiente vuoto da riempire al più presto, e questo è il posto giusto per farlo; alle persone materiali lascio la soddisfazione di riempirsi di cibo fino all'orlo, io ogni volta preferisco riempirmi quasi per metà di cibo e quasi per metà di relax e di sana gioia di vivere, che sprizza da ogni sassolino del cortile, da ogni filo di ragnatela che sbandiera contro la luce del tramonto, da ogni mattone di ogni parte di questo posto che ancora non conosco ma che immagino e che mi tengo da parte per farmi una sorpresa ogni volta, per riempire quel buchino che mi lascio dentro apposta e che non sono mai andato via senza aver riempito. Salutiamo Diego, Ciao Diego, Ciao ragazzi, com'era il salame? E il pane andava bene? Sì Diego, grazie, sempre gentile come al solito, Ciao Diego, intanto seguiamo l'Elisabetta, che supera il bancone della cucina e i fornelli e va oltre, verso una porticina che dà sul retro della cucina. Appena oltrepassata la porticina c'è una stanzetta con un sacco di cose in mezzo ad altre cose ammonticchiate a destra e a sinistra, contro le pareti, ma sinceramente mi ricordo poco e niente perchè l'attenzione è catalizzata dal grosso frigorifero verticale da bar, spento, con l'enorme porta frontale di vetro che lascia intravedere, sui ripiani di griglia bianca, interminabili file di vaschette di stagnola, le torte, quelle torte che continuano ad attirare qui noi poveri viandanti, a farci setacciare palmo a palmo, di giorno di notte in auto in vespa con pioggia neve vento sole ghiaccio, quei cinque chilometri quadrati ad est di Soliera per cercare questo posto che tutte le volte si nasconde, sembra vivo, è vivo, pulsa di vita, data e presa e vissuta e restituita, sembra che abbia vergogna a riempire quel buchino che ci portiamo sempre appresso con uno dei quadrettini di una delle torte che stanno in una delle vaschette di stagnola in quello sconfinato frigorifero spento con questa sconfinata porta di vetro che mi restituisce l'immagine di quattro facce mute che portano quattro bocche spalancate. E un sorriso. Vi faccio vedere cosa ho fatto, dice la Betta. Tesoro, dico io, non tirarle fuori sennò è finita, magari adesso comincia arrivare della gente, è tardi, forse è meglio se andiamo. No no, fa lei, non c'è mica fretta... guarda, questa la riconosci? Eh, Tesoro, dico io, le riconosco tutte, anche gli altri le riconoscono, con quello sguardo un po' perso di chi si trova, come noi adesso, ad avere la mano sulla maniglia della porta del paradiso e non avere il coraggio di aprire. Non faccio fatica a riconoscerle, anche se non le avevo mai viste tutte intere, di solito le vedo a pezzettini quadrati, tutte insieme appassionatamente, su un grande piatto bianco al centro della tavola, la torta tutto cioccolato per niente a disagio accanto al quadrettino di torta di ricotta, entrambe a toccare, senza nessuna ombra d' imbarazzo, il quadrettino di crostata. Cibo per l'anima, non mi viene in mente un'altra parola. E queste qui, le riconosci? mi chiede l'Elisabetta. Un inoffensivo, sobrio, povero recipiente trasparente di plastica è colmo di ovali madreperlati grandi come la O che si fa col pollice e l'indice. Come la misera sacca che accompagna il mendicante con dentro le reliquie del santo. Le meringhe. Mangiatene una, dice la Betta, magari prendete quelle rotte... ("Mangiate e prendetene tutti...", mi viene in mente) La mano era già sulla porta, nessuno si attentava a chiedere permesso, fino a quando una voce dall'interno ha detto Avanti, accomodatevi. Le mani si allungano con religiosa deferenza nel reliquiario trasparente, a cercare la perla più sacrificabile, la reliquia che stasera non sarà toccata da nessun altro avventore. Ognuno ha il suo ovale traslucido, nessuno ha il coraggio di metterlo in bocca subito, perchè adesso è lì, in mano, dove posso vederlo e dove posso tenerlo indefinitamente e assaporarlo anche così, solo per il fatto di sapere che c'è, mio. Guardo i miei amici e vedo nelle loro facce la mia, la faccia di quattro persone che si sono lasciati dietro le spalle i trent'anni da qualche tempo eppure hanno gli occhi grandi e acquosi del bambino seduto sulle ginocchia di un gigantesco Babbo Natale, l'estasi, nel tenere sollevate davanti a otto occhi lucidi quattro ostie sconsacrate per celebrare una dolce comunione pagana. Le meringhe, in bocca, non hanno niente a che vedere con quelle cose bianche ricciolute e assurdamente dolci che portano volgarmente lo stesso nome, quella roba lì la lasciamo a quelli che si attaccano alla bomboletta della panna spray.

Per prima cosa c'è questa sottile, sottilissima crosticina che quando la schiacci con la lingua contro il palato fa un lieve cric che non senti con le orecchie ma con le ossa del cranio, e poi una prima, leggera resistenza, una consistenzaì concreta che ti fa capire che la tua parte finisce qui, adesso è la meringa che ti dice come va avanti il gioco, tu sei lì per subirlo e basta, passivamente; la meringa ti prende per mano e ti guarda di sotto in su con i suoi occhioni grandi e chiari e sorride, tu non fai tempo a pensare a niente, a cercarla ancora con la lingua, che lei non c'è già più, sta già facendo tutto da sola, ti si è già infilata dappertutto e raggiunge ogni posto, poi non può far altro che scivolare giù, a fare quello per la quale è stata concepita, giù, sempre più giù... Poi ti riprendi e riapri gli occhi, di solito c'è un momento in cui ti si chiudono gli occhi, che tu te ne accorga o no; mentre cerchi di capire cosa è successo, muovendo la lingua dolce e bianca in bocca, ad accarezzare i luoghi dove è passata lei, trovi l'ultimo regalo che ti ha lasciato prima di andarsene: una piccola manciata di nocciole tritate a spezzare la rotonda dolcezza con una spigolosità che porta grande la scritta CI RIVEDREMO ANCORA.

Siamo ancora lì che lasciamo svaporare i fumi di questo dolce orgasmo, ricomincio ad avere nuovamente percezione di quello che mi circonda, delle vaschette di stagnola e del loro prezioso carico che ritornano dentro al tabernacolo spento guidate dalla Betta. A me casca l'occhio su una delle vaschette, che sembra più anonima delle altre, una torta rettangolare e piana, sottile, beige, liscia, senza fronzoli e decorazioni; non vorrei dire niente, so che ormai è tardi, fra poco arriverà della gente, noi dobbiamo andare, lei deve lavorare, abbiamo già abusato fin troppo. Eppure ormai la lingua è partita, forse volevo solo vedere se funzionava ancora, comunque prima che me ne accorgessi mi è scappato detto E quella lì cos'è? E l'Elisabetta mi dice Questa è ancora da finire, manca tutta la parte sopra, questa è la torta Oooohhh!!! Prego? dico io. È il nome della torta, mi fa lei, la torta si chiama Oooohhh!!! Io lo so che si è fatto tardi, la Betta ha da fare, noi dovremmo essere già partiti, però non posso mica andar via tranquillo se prima non chiedo Perchè si chiama così? Lei resta un attimo a mezz'aria, sospesa; si vede che dietro agli occhi le passano tanti pensieri, del tipo che è tardi, chi me l'ha fatto fare di tirarmi in cucina questi quattro perdigiorno, però c'è anche l'orgoglio di prendere una decisione forte, necessaria. Ve ne taglio una fetta, dice lei. No no no no no no, diciamo noi, che abbiamo intravisto dietro agli occhi più che altro la parte dei quattro perdigiorno e ormai ci vergogniamo di essere dei biechi approfittatori della bontà altrui. No no no no, davvero, stiamo approfittando, è tardi, adesso andiamo. Troppo tardi, lei ha già sfilato la torta dalla vaschetta di stagnola e è già sull'altare sacrificale, pronta per l'esecuzione. Taglio solo la crosta, che tanto devo rifilarla comunque, dice la Betta e io so che l'ha detto solo per non farci sentire in colpa che mette a mano questa torta solo per noi. Ti fai dare un coltello da Diego?, mi chiede lei. Io vado in cucina in due balzi, Diego, mi dai un coltello? Ti serve per la torta Oooohhh!!!? mi chiede lui. Ehm... sì, dico io, che non capisco. Lui rovista nel ceppo sul bancone e mi dà un coltellaccio lungo e largo. Io continuo a non capire, ma ringrazio e torno al cospetto della vittima sacrificale. Porgo la lama alla padrona di casa, che prende le misure al lato corto della torta e appoggia la lama per tutta la lunghezza, prendendo le misure per tagliare via una sola lunga fetta, in un colpo solo. Quando ha trovato il punto esatto per il taglio alza gli occhi verso noi quattro per di giorno in attenta formazione emiciclica. Pronti? chiede. Pronti, confermiamo noi. TAC! Con un colpo netto della mano sul dorso della lama la Betta fa saltare di netto la crosta di tutto il lato corto, a mostrare l'interno. Oooohhh!!! Ma è VERDE!!! Oooohhh!!! Noi facciamo un meravigliato balzo indietro e, all'unisono e senza nessun calcolo o malizia o influenza esterna, tutto quello che riusciamo a dire è un estatico Oooohhh!!! La Betta si gode il suo ennesimo momento di gloria, col coltellaccio in una mano e la fetta di crosta nell'altra, moderno Perseo di Soliera. Già, dice lei, è quello che dicono tutti quando taglio la prima fetta. Prima che potessimo riprenderci avevamo già in mano un pezzo di crosta a testa, beige fuori verde dentro. Tenete presente che non è ancora finita, dice lei mentre i pezzi spariscono nelle rispettive bocche. Sa di Shrek, dice uno, Sa di Hulk, dice l'altro. Sappiamo tutti di cosa sa, nessuno lo dice, tutti sanno cosa c'è dentro, nessuno lo dice, ognuno contempla e degusta in religioso silenzio e solitudine. Intanto che tutti siamo impegnati a lasciare che la torta Oooohhh!!! diventi un tutt'uno con la nostra anima, l'Elisabetta, che sta riponendo le torte, nella sua traiettoria dal bancone al frigospento fa un impercettibile stop nelle vicinanze del mio orecchio, il tempo esatto, non di più, non di meno, per sussurrarmi rapidamente tre parole. Io mi interrompo, tutto si sospende, la masticazione, il battito delle palpebre, del cuore, il sangue si ferma un istante nelle vene: la torta Oooohhh!!! adesso è anche mia!

La Bed non mi ha dato la ricetta, no no, come si fa, a cosa serve la ricetta per fare delle torte che sono fatte solo in minima parte da ingredienti? La torta è passione, esperienza, malizia, adrenalina, sudore, amore, vita... tutto quello che serve per fare una torta è tutto quello che serve da quando apri gli occhi la mattina a quando li chiudi la sera, da quando urli al mondo il tuo primo pianto a quando lanci il tuo ultimo grido. Oh, servirà anche della farina, ogni tanto, e dello zucchero. E l'ingrediente segreto, ovviamente. Ma niente di questo mi ha detto la Betta; lei ha solo alzato un dito, ma neanche, ha fatto un cenno rapido con la testa come dire Di là e mi ha indicato una direzione, le torte si cominciano a fare così, rivolgendo lo sguardo verso la parte giusta e cominciando a camminare, e adesso che so la strada, devo solo mettere un piede davanti all'altro.

Dopo i saluti, dopo i baci e abbracci, dopo i soliti Ci rivediamo presto, anche se invece non sappiamo mai quando sarà, siamo già in macchina, il sole pronto a sparire dietro l'orizzonte ma ancora alto quel tanto che basta a ferire gli occhi, incurante dell'aletta parasole abbassa a, col rischio di non vedere la macchine che arrivano di fronte, sono i primi avventori dell'Oca Bigia, quelli che mangiano con le galline o forse sono solo impazienti di andare a riempire i loro vuoti. Io non mi curo del sole, non mi curo del traffico, non mi curo del fatto che, come al solito, in due minuti siamo a Soliera, anche perchè so già che la prossima volta mi servirà sempre e comunque la solita mezz'ora per fare questo chilometro.

Per adesso non mi curo di niente, chiudo gli occhi e mi godo, ancora una volta, la sazietà.

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